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La metropolitana di Barcellona: 3 cose che dovete assolutamente sapere

Una delle cose che ancora mi lascia affascinata e turbata allo stesso tempo da quando sono una Italiana a Barcellona è il servizio pubblico di trasporti.

La metropolitana di Barcellona è un mondo parallelo fatto di forme strane, colori luccicanti e profumi particolari (no, non mi sono fatta di LSD). E, in quanto microcosmo a parte, ha delle leggi proprie che chiunque vada vivere a Barcellona non può non sapere.

Legge n.1: Nella metropolitana di Barcellona si suda

Il secondo corollario della legge di Murphy sostiene che se a Barcellona c’è caldo, nella metropolitana ce n’è ancora di più.

Indipendentemente dalla temperatura esterna, nella metropolitana di Barcellona ci sono sempre dai 78 ai 93 gradi… Fahrenheit. Studi della NASA sosterrebbero che abbia a che fare con la vicinanza al centro della Terra.

Per cui se sperate di uscire illesi, e con illesi intendo senza pezzarvi la maglietta, scordatevelo.

Legge n.2: Nella metropolitana di Barcellona ci si perde

Che siate pivellini o ingegneri civili, poco importa. Il dio della metropolitana di Barcellona è sempre allerta e adora spostare le uscite e i cartelli con le indicazioni. Potreste salire sulla linea viola e con un po’ di fortuna ritrovarvi alla Sagrada Familia. Oppure sbagliare la coincidenza e ritrovarvi nell’incubo di ogni pendolare di Barcellona: il capolinea.

Gli autoctoni dicono che nessuno sia tornato lo stesso di prima dopo essersi distratto ed essere capitato contro la sua volontà all’ultima stazione.

Legge n.3: Nella metropolitana di Barcellona ci si sfida

Per quanto illogico possa sembrarvi non appena arrivati, dopo un po’ di tempo l’idea di perdere il treno, nonostante ce ne sia un altro esattamente 1 minuto e 57 secondi dopo, diventerà motivo per mettervi alla prova ogni giorno.

Ecco perché è necessario un duro allenamento psicofisico per poter competere con la mandria di gente pronta a fare a cazzotti pur di prendere quel treno, e non quello successivo.

L’enciclopedia della TV sostiene che Jocelyn (o Gioslen) abbia tratto ispirazione proprio dalla metropolitana di Barcellona per i suoi Giochi senza Frontiere. Sarà per questo che prima che si chiudano le porte fanno sempre un fischio?

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Dove mangiare a Barcellona: i 3 posti migliori per spendere poco e scatafottersi di cibo

Ho detto proprio scatafottersi. Che poi sinceramente non so se si usava solo a casa mia, ma ha un suono così evocativo che non ha bisogno di spiegazioni.

Sì, ok, bella la Sagrada Famila, bella Casa Batlló, bello Parco Güell (ah, a proposito, adesso è a pagamento), ma parliamoci chiaro: sono una Italiana a Barcellona. Meglio, sono una terrona a Barcellona. Cosa voglio da questa città? Cibo. E spendere poco.

Se non vi fate fregare sulla Rambla, dove tra l’altro vi rifilano la paella surgelata (per carità, decisamente meglio di quella che potrei arrisicarmi a fare io!), dovreste mangiare bene e spendere poco un po’ dappertutto (parola di Francesco Amadori).

Dove andare a mangiare a Barcellona: la classifica di una terrona

Premetto che sto qui ancora da troppo poco tempo per poterlo dire ciò che sto per dirvi con certezza, senza che Miguel Bosé storca il naso. Però, “quattro fila m’ ‘i manciavu”*. Nel vero senso della parola. Quindi, se volete scatafottervi anche voi, mangiare bene e spendere poco, prendete nota:

1. Pollo Rico

Carrer de Sant Pau, 31 – Raval

Dico, si chiama “Pollo Rico”: un nome, una garanzia. Soprattutto in merito alla sporcizia. Se non siete schizzinosi e avete provato almeno una volta le stigghiola della Vucciria** (o il pollo afro di Ballarò**), con una media di 12 euro vi alzate ubriachi e sazi. E con le dita più unte del bancone dell’ingresso.

2. Iguazú

Carrer l’Almirall Cervera 5 – Barceloneta

Se siete più preparati di me, sapete dove si trovano le Cascate dell’Iguazú. Altrimenti, sappiate che pur non sapendo una cippa di geografia, potrete mangiare da dio a Barcellona, senza farvi spillare una barca di soldi. Una signora fettazza di carne chiamata vacío con patate fritte o con la panna e vino tinto. Ce li avete 10 euro da “buttare”?

3. 7 Portes

Pg. Isabel II, 14 – Barceloneta

Se per voi Spagna è paella, nacchere e sangria, prenotate al 7 Portes. E potrete affondare la faccia in una montagna di riso (ma non provateci a chiamarlo riso, altrimenti fate la fine dei gioiellini del toro) alla “Week-end con il morto”. Costa il doppio dell’Iguazú, ma la tradizione si paga. 

Se poi siete degli alcolizzati e siete ridotti all’osso con i soldi, andate la domenica o il mercoledì al 100 Montaditos: paninetti e jarras di birra a 1 euro. Da veri morti di fame, con stile. Proprio come me.

*Quattru fila s' 'i mancia: espressione sicula per indicare l'eccellenza in un settore. Se pronunciato da un uomo verso una donna, sicuramente sta parlando del suo seno prosperoso. O del suo culo.
** Località esotiche nel centro di Palermo.
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La musica in Spagna e i pericoli del mestiere

Cosa hanno in comune la legge spagnola e Alice nel Paese delle Meraviglie? Dall’altra parte.

Vi sembra una risposta illogica? Lo è. Come il romanzo nonsense di Carrol e la notizia che ho sentito al telegiornale questa mattina.

D’accordo, sono un’Italiana a Barcellona e i casi giudiziari penosi e ridicoli di casa mia non dovrebbero poi farmi storcere il naso più di tanto. In fondo tra una ex attrice porno che riceve un vitalizio pari a una mia vita intera da precaria e le decine di centinaia di deputati collusi, l’illustre Cavaliere continua ancora a scodinzolare infischiandone delle sue condanne (malore di oggi a parte).

Solo che il caso della pianista spagnola secondo me supera di gran lunga molte delle vicende nostrane.

La musica secondo la legge spagnola

Quello che più mi lascia perplessa è che in generale da quando sono qui a Barcellona ho visto un rispetto per la musica e per i musicisti che in Italia ancora ci sogniamo (e Marco lo sa bene).

Eppure sapete cosa succede? Che un giorno uno si sveglia e pensa che la vicina abbia veramente esagerato con tutto questo inquinamento acustico, che, insomma, i bambini potrebbero subire delle gravi lesioni interne al timpano e i vecchietti? Vogliamo pensare ai poveri vecchietti? C’è gente che ha perso i denti della dentiera per gli insopportabili decibel… di un pianoforte. Più forte che piano, a quanto pare.

In carcere per un pianoforte troppo forte

Così la musica in Spagna diventa una passione pericolosa. E se ti eserciti troppo spesso con il tuo pianoforte ti citano in giudizio e ti arriva una condanna a 7 anni di carcere “trattabili”, mentre ancora magari si cercano i responsabili della strage ferroviaria di Santiago. Ben poco cambia, a mio modesto parere, che oggi il PM ha chiesto la riduzione a 20 mesi.

Ma forse io non sono abbastanza competente per comprendere a fondo i pericoli di un pianoforte troppo forte.

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In Spagna c’è il bidet?

Quando decidi di emigrare (ebbene sì, cari signori, sono un’emigrata!), la prima cosa che fai è ricercare un altro spazio nel mondo in cui rinchiuderti quando odi tutti gli altri esseri umani (o, più comunemente, per evitare di dormire sotto i ponti).

In genere, cercare casa a Barcellona è un po’ come mettersi a investigare sul sacro Graal. Così, per organizzarti al meglio, a un certo punto inizi a scrivere su un foglio immaginario tutto quello che la tua dimora ideale deve avere:

  • un salone grande dove fare cenoni in puro stile terrone e botellones in onore della Spagna;
  • coinquilini abbastanza tranquilli da non vomitarti ogni sabato notte sul cuscino, ma abbastanza socievoli da non chiudersi in stanza per settimane intere [true story… un giorno ricordatemi che vi racconterò.]
  • tanta, tantissima luce naturale del caldo (?) sole di Spagna.

E poiché per quanto cerchi di mischiarti tra la folla resti sempre e comunque una Italiana a Barcellona, tralasci un piccolo, banale e ovvio (almeno per te) dettaglio: il bidet.

“Come fanno in Spagna senza bide’?”

Se sei Italiano e vivi a Barcellona o in qualunque altra parte della Spagna (e del mondo, in realtà) probabilmente te l’hanno chiesto, te lo chiedono e, ahimè rassegnati, te lo chiederanno. Vita natural [all’estero] durante.

In realtà, in Spagna il bidet c’è, solo che ha altri inimmaginabili usi che neanche il più birichino designer d’interni italiano riuscirebbe mai a concepire.

A cosa serve il bidet in Spagna

Non a darsi una rinfrescata post-cacca. Questo è certo. Per il resto, in Spagna un bidet, oltre a fungere da cuccia per il gatto, può essere:

  1. Un simpatico cestino, in cui mettere a casaccio tutti gli accessori per la doccia perfetta: paperella di gomma, cuffia verde a forma di rana, spazzola con setole di cinghiale… Uno zoo posticcio, insomma.
  2. Una comodissima edicola, con riviste di moto, di gossip e di botanica, mischiati, con un po’ di culo (tanto per rimanere in tema) a qualche classico della letteratura di tutti i tempi, per i tuoi momenti… intimi e meditativi.
  3. Un elegante porta piante, per restituire a un ambiente angustio, qual è il bagno senza la possibilità di mettere in atto il benamato sciacquetton, un po’ di ossigeno.

Lo so. Essere una Italiana a Barcellona può risultare tremendo. Menomale che io sono femmina e la cacca non la faccio.

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5 cose da non dire a una donna con il ciclo

La vita per un’Italiana a Barcellona dopo 3 settimane non è facile.

La vita per un’Italiana a Barcellona dopo con le mestruazioni dopo 3 settimane è impossibile.

Perché se vi fate un attimo un calcolo significa che per metà del suo tempo, questa fantomatica Italiana a Barcellona ha vissuto in balia della tempesta emotiva e ormonale, temuta dagli esseri umani di sesso maschile e conosciuta con il nefasto nome di Sindrome Premestruale.

Le 5 cose da non dire una donna con la sindrome premestruale

Sapevate che negli U.S.A. la sindrome premestruale è un attenuante per certi reati? D’altronde, quanti imbecilli hanno avuto uno sconto della pena per infermità mentale? È una questione di genetica: noi abbiamo X e ci becchiamo l’isteria una volta al mese, loro hanno Y… e ci convivono per sempre.

In ogni caso, cari possessori di protuberanze Y, quando siete in compagnia di una donna premestruata evitate alcuni commenti.

1 frase da non dire: “No.”

Dai, su, come può venirvi in mente che una donna possa accettare un rifiuto in modo sereno quando ha le sue cose??? Se non volete scoprire il terzo segreto di Fatima e ritrovarvi immersi in una valle di lacrime, cercate di essere il più accondiscendenti possibile. Oppure, semplicemente, tacete.

2 frase da non dire: “Ma hai le mestruazioni?!?”

Mai, e dico mai, dire a una donna con le mestruazioni (o quasi) se ha le mestruazioni.
Sì, ce le ha, OK? E se non le ha già, se le farà venire, stanne certo.

3 frase da non dire: “Non starai esagerando?”

Diciamo che tra le 5 cose da non dire a una donna con la sindrome premestruale, questa è probabilmente quella che causa le reazioni più pericolose. Casi clinici dimostrano (come piace dire alla Infasil) che 4 donne premestruate su 5 sono state in grado di provare contemporaneamente dai 34 ai 57 istinti diversi ascoltando questa frase. Tutti avevano a che fare con la morte.

4 frase da non dire: “Come mai oggi non ti sei truccata?”

Sì che si è truccata, idiota. Solo che il peso del suo apparato riproduttore che tu usi gratuitamente e senza alcuno sforzo ha tirato giù la sua faccia, lasciandole due solchi sotto le palpebre. Se non vuoi che le riempa con le tue ceneri, recupera immediatamente (dissimulando un poco, per piacere!) con un “È che io ti preferisco così…” Non ti crederà lo stesso, ma tu le eviterai il carcere.

5 frase da non dire: “Se mangi tutto quel cioccolato, poi non ti lamentare dei brufoli”

“Eh, non ti lamentare!”. Questo è stato il commento di Denis mentre sbirciava  la stesura post. Se vi state chiedendo dove sia adesso Denis o chi sia Denis, sappiate che potrebbe non avere più importanza, ormai.

Immagine: Sketch&Breakfast
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Come cucinare le zucchine senza fare battute maliziose

Praticamente impossibile. Suvvia, senza fare le puritane. OK, ho detto che non sarò scurrile e cercherò di mantenere la promessa. Però, oggettivamente, e qua Roberta me l’appoggerebbe alla grande, come si fa a entrare a casa con delle zucchine e resistere alla tentazione di fare delle battute maliziose?

Come cucinare le zucchine ripiene: la ricetta più semplice per gli inetti tra i fornelli

E va bene, lo ammetto. Da brava Italiana a Barcellona, oggi ho scritto a mia madre su Facebook per farmi dare la ricetta più semplice che sapesse per cucinare le zucchine al forno. E con mio grande stupore (e anche quello di Denis), ho scoperto che le so preparare… Anche io!

Per 2 persone mediamente affamate vi basteranno:

2 zucchine di media grandezza (va be’, ridete…)

pangrattato condito (o muddica cunzata, come si dice dalle mie parti);

formaggio grattugiato (se avete la fortuna di esservi caricati la valigia con 10 kg di formaggi vari della vostra terra, scegliete quello più stagionato, alias più fetente [Moni e Isa questo è per voi, n.d.a.]);

cubetti di chorizo dalla Galizia (oh, e che non sia di Pamplona, eh!)

Preparare le zucchine ripiene, passo per passo (senza camminarci su)

  1. Sbollentate le zucchine che avrete tagliato a metà longitudinalmente.
    Però prima cercate il significato di “sbollentare” su Google. Altrimenti finirete col bollirle. E anche di longitudinalmente, già che ci siete.
  2. Lasciatele raffreddare (pena: ustione di primo grado ai polpastrelli) e poi svuotatele al centro. Conservate la polpa.
  3. In una ciotola a parte, unite il pangrattato con il formaggio grattugiato , i cubetti di chorizo  e la polpa delle zucchine che avete conservato.
    (L’avete conservata davvero, no?)
  4. Farcite le vostre mezze zucchine con tanto condimento (senza fare i taccagni, o i Catalani, giusto per restare in tema).
  5. Infornate per circa 10 minuti a 170º (come in ogni ricetta che si rispetti).
  6. Mangiate.

Mi raccomando il punto 6. E non facciamo che farcite il chorizo, sbollentare il formaggio tagliato a fette latitudinali e farcite le carote.

Buona digestione.

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Come (soprav-)vivere a Barcellona: un racconto in Medias Res

Perché a me le storie piace leggerle e raccontarle in questo modo. Chi mi conosce lo sa. “Ah comunque no.”  Così. Di punto in bianco. È che ho i canali delle sinapsi intasati da mille idee e progetti e parole e pensieri. E quando arriva la risposta, arriva.

Flavia lo sa, ho avuto il coraggio di raccontarglielo un po’ di tempo fa, che quella notte in macchina, da sola, a distanza di 4 ore la mia bocca ha sputato il suo bench. Niente di subliminale o erotico distorto. Semplicemente la risposta al suo “Oh, com’è che si dice ‘panchina’ in inglese?”

Come arrivare in Catalogna? Panchina!

Mi dispiace deludere le vostre aspettative, ma non vi spiegherò perché sono arrivata qui in Catalunya, Catalogna, Cataloña, ocomecavolosiscriva [piccola pausa: ormai sono grande e cerco di utilizzare un linguaggio forbito, ma non scurrile. Anche se non potrò fare a meno di scrivere tette, culo, e similari parti del corpo ogni tanto, n.d.a.]. No. Non vi dirò neanche quando, almeno per il momento.

Ma vi svelerò come si vive [e si sopravvive] a Barcellona.

Come vive un’Italiana a Barcellona?

In realtà, ancora non è che l’abbia capito bene bene. Da quando sono qui non faccio altro che pensare alle panelle, alla frutta martorana, allo sfincione, alle zucchine ripiene, a come tradurrò tutto ciò nella versione spagnola di questo post…

Insomma, si sopravvive. Soprattutto per una Siciliana come me che parla con la mamma e frigna, guarda le foto con gli amici e frigna, cucina la pasta al forno e frigna, guarda il video del bambino che si emoziona ascoltando la mamma e frigna. Una sindrome premestruale perenne. Una nindrome. [Questa la capiranno in pochi…]

Ma vi assicuro, stando a casa con un Gallego, non c’è molto da ridere.

Ne avete mai conosciuto uno?