Nessuno hai mai detto che sarebbe stato facile

Un giorno, così per caso, decidi di andar via.
Metti in una valigia un po’ di vestiti, qualche ricordo e tantissime aspettative. Lo stai facendo. Stai varcando la soglia. Stai facendo un salto verso il grigio, perché il nero sarebbe già una certezza, una sicurezza che in questo momento non hai e, forse, a poco a poco dovrai accettare di non avere mai.
Ti scorre tutto davanti, in slow motion, fotogrammi della tua infanzia, di quell’estate così strana, eppure così bella, di quegli abbracci intensi e caldi di cui avrai così tante volte bisogno che ancora non ti immagini e che saranno lontani, seppur solo fisicamente.
Passo dopo passo, camminerai, correrai e, sì, inciamperai. E ti capiterà di sbucciarti le ginocchia e di dover metterti da sola il cerotto che non avrà più quei disegnini strani che, tra le lacrime di dolore e rabbia per essere così goffa, ti avrebbero comunque strappato un sorriso.
Avrai una persona accanto che sarà pronta a tenderti una mano, una mano che adesso dovrai conquistarti e a cui dovrai abbandonarti ciecamente poco a poco, perché fuori dal mondo di zucchero filato rosa e dei chiassosi pranzi di famiglia, niente sarà più quel che era.
Né migliore, né peggiore. Semplicemente diverso. Questo ormai lo hai accettato.
Se esistesse una legge darwiniana sull’evoluzione emotiva, non sapresti bene a che stadio sei. Forse protozoo, forse ominide. In ogni caso, nel plasma primordiale, in cui ogni tanto annasperai, riuscirai istintivamente a farti una bella nuotata, ma solo a rana, perché  non hai mai imparato nessun altro stile.
Lo chiamano imprinting e, per quanto a volte possa ritrovarti al punto di non crederci quasi più, irromperà in modo violentemente dolce, in quell’ossimoro che sarà diventata, o che magari è sempre stata, la tua vita.

Sono un’Italiana a Barcellona. Questo è quello che mi ricordo ogni mattina, cercando un ancora un cartone animato alla TV. Quello che mi dico mentre vado incontro al vento che non so più da dove viene.

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