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Elogio al biscotto inzuppato: la colazione a Barcellona

Chi mi conosce bene sa che la mia relazione con la colazione ha sempre vissuto di alti e bassi, tira e molla, passione e corna, Gianni e Pinotto (avevo finito le coppie).

Sin dal momento della mia nascita, quel meraviglioso e asfissiante 1 luglio di 17 anni fa (…), la mia cara mammina si è preoccupata di non farmi mai mancare il mio succulento biberon, anche se definirlo così è ben più di un eufemismo.

Quel malefico concentrato di future smagliature e manigliette dell’amore (quanto amore!), risultava così composto:

– mezzo pacco di biscotti Plasmon;

– trecentoquarantasette grammi di zucchero;

– un uovo;

– alimenti più o meno commestibili di natura indefinita.

Ah, sì… Latte, q.b., per riempire fino all’orlo la bottiglietta della felicità.

Più che colazione dei campioni, la ricetta perfetta per l’obesità. Eppure, io mi sentivo talmente bene. Vivevo il momento del biberon con un’eccitazione tale che se fossi stata un cane avrei dato origine a un sifone da scodinzolamento.

Tutto ciò finché un bel giorno, probabilmente preoccupato per la mia salute psicofisica e le mie crisi di astinenza da latteossicadipendente, mio padre decise di distrarre mia madre con un altro figlio. In realtà, il suo diabolico piano prevedeva l’allontanamento dal tetto coniugale della strega di Hansel e Gretel che, impegnata a sfornare il nuovo bambino da ingozzare, avrebbe lasciato nelle sue mani quella piccola palletta di carne e coccole che ero diventata.

Bambino grassottello

Me l’hanno sempre cercata di rifilare come una carenza di doti logistiche paternali, ma io adesso so qual era l’obiettivo di mio padre quando la notte del 5 ottobre (suo compleanno, tra l’altro…) mi preparò quel biberon di latte bollente, talmente tanto caldo da ustionarmi la lingua. Quello stesso biberon che con i suoi 352 gradi Fahrenheit mise nel congelatore e che mi diede una mezz’oretta dopo, con il ciuccio croccante totalmente congelato e il latte che continuava a essere lava fusa dentro.

Lo sdegno del momento ha avuto serie ripercussioni sulla mia alimentazione, tanto da allontanarmi dal latte, dal biberon e da qualunque cibo allo stato liquido in un recipiente tazzeiforme per anni, oltre all’incapacità di ingerire praticamente qualsiasi tipo di alimento prima delle 12 p.m. senza avere conati di vomito.

A 22 anni la svolta, o meglio, il ritorno. Quando lasci casa e inizi il travagliato percorso della studentessa fuori sede, la pigrizia, l’inettitudine e la resaca ti spingono a ricercare le tue origini… O quantomeno dei modi efficaci per zittire quel fottutissimo tirannosauro rex che durante le lezioni all’università ruggisce nel tuo stomaco, facendo girare la metà della classe verso di te e compromettendoti qualunque tipo di relazione sociale con gli autoctoni.

Così io e la colazione siamo tornate insieme. Una storia d’amore che si è complicata da quando sono sbarcata in terra spagnola.

Barcellona

La colazione a Barcellona

Oltre al fatto di essermi riscoperta leggermente intollerante al lattosio, mi piacerebbe invitarvi a fare un giretto per il triste corridoio dei biscotti in un super mercato barcellonese (a meno che non si tratti del Paki di Carrer Parlament).

Avete presente i nostri chilometrici scaffali di Mulino Bianco, Balocco, Saiwa, Pavesi, Doria, Gentilini, Galbusera, Colussi, Bistefani e tutte le altre sottomarche che imitano perfettamente i biscotti più friabili, buoni e variegati sulla faccia della Terra? Ecco… Dimenticateveli.

Qui a Barcellona troverete degli insulsi biscotti Maria, così secchi che neanche lasciando un pacco di Gran Cereale 3 settimane sotto il sole della mia amata Sicilia riuscirei a rendere bene il concetto, e qualche altro tentativo mal riuscito di pasta frolla, oltre ai cookies industriali.

Biscotti Maria

Potete immaginare lo stato di disperazione quando ho inzuppato l’ultimo frollino nella mia tazza di latte ed Eko qualche giorno fa, superstite dei 3 pacchi importati in una valigia di 30 kg di cibo made in Italy…

Cosa mangiare a colazione a Barcellona

Dopo questa lunga e tragica premessa, per rassicurarvi sul fatto che non rischio l’estinzione e che potete comunque venire senza pacchi di biscotti appresso in vacanza a Barcellona, vi do la mia top 3 delle possibili opzioni per fare colazione qui.

1. Ensaimada

Cugina della nostra treccina con lo zucchero, l’ensaimada può essere semplice, con gocce di cioccolato o con crema chantilly dentro. Potreste abbinarla a un cafè amb llet o café con leche, ovvero un cappuccino senza schiuma, o un Colacao, la versione iberica del Nesquik.

ensaimada

2. Coca de pinyons

“Drocati!” Qualunque cosa abbiate pensato, siete dei drogati, perché non sto parlando né di stupefacenti, né di bevande mondialmente conosciute.

Forse i Catalani stavano provando a fare una focaccia, ma hanno esagerato con lo zucchero. O forse stavano cercando di imitare il nostro Pan di Spagna (che in Spagna non si chiama così, n.d.r.), ma avevano finito le scorte di lievito. Sia come sia, la coca de pinyons è un ibrido che può allietare le vostre sconsolate colazioni a Barcellona. Magari con un espresso (va be’, non fatevi illusioni!) o un cortado (caffè macchiato).

coca de pinyons

3. Tostada

Per la serie “non si butta via niente, a maggior ragione in Catalogna”*, il pane duro diventa gourmet. In realtà un po’ in tutta la Spagna le tostadas sono tra le più ambite per fare colazione. La mia preferita è quella semplice con aceite y pimentón (olio e paprica dolce).

Insomma, mangiare, si mangia. Ma adesso capite perché Banderas se n’è dovuto venire in Italia a inzuppare il biscotto?

*I Catalani in Spagna godono della stessa fama dei Genovesi in Italia: braccine corte.

tostada

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Come convincere il proprio ragazzo a fare shopping in 3 mosse

Non tutti gli esseri umani sono stati programmati per reggere lo shopping. È un dato di fatto. E lo dimostrano le crisi di coppia e la cronaca nera.

Da quando sono una Italiana a Barcellona, passo molte meno ore sui social network, ma i miei 10 minuti sulla metro, tra un’ascella pezzata e il brivido di terrore di aver passato la fermata, sono davvero intensi. Ecco perché, dopo aver letto la storia di Tao Hsiao, ho pensato che valesse la pena tentare di trovare una strategia per convincere il proprio ragazzo a fare shopping, evitando stragi di portatori sani di pene.

“Piuttosto m’ammazzo!”: perché convincere il proprio ragazzo a fare shopping

Se il tuo ragazzo ha minacciato di farla finita dopo l’ennesima richiesta di shopping da parte tua, sappi che da oggi dovrai iniziare a preoccuparti. Tutta colpa di Tao Hsiao <rel=”nofollow”> [pace all’anima sua, n.d.a.], un vero e proprio martire per tutti gli uomini con la fobia della combo donne-soldi-negozi.

Hai presente quando dopo 5 ore di shopping inizi a guardare il tuo ragazzo con lo sguardo di un cocker col mentolo sotto le palpebre inferiori e cominci a piagnucolare “Dai amorino, l’ultimo per favore! Dai, dai, dai!”? Come se quel disgraziato avesse possibilità di scegliere.

Ecco. Credo che sia stata esattamente questa sensazione di impotenza ad aver spinto il povero cinese a tirarsi giù da uno dei piani del centro commerciale, in cui aveva iniziato ad avere i capelli bianchi, pur di liberarsi di quell’incubo di ragazza psicotica affetta da sindrome pre-natalizia (miscuglio fatale se abbinata alla P.M.S.) che si ritrovava.

Quindi, per evitare anche il tuo lui che si lanci giù dai tre gradini del Conad o dalla scala mobile di Zara in centro, facendoti fare una figura di merda, cerchiamo di capire come convincerlo a fare shopping.

3 mosse per convincere il proprio ragazzo a fare shopping

Mossa n.1: menti

No, non ho detto “mettigli le corna”, ma se è questo che intendi, dovresti farti qualche domanda.

In fondo in fondo, anche ai maschietti piace fare shopping. Per 15 minuti al massimo, più o meno come una sveltina di buona qualità. Per convincerlo a separarsi dalla copertina di flanella del divano, chiedigli di accompagnarti a comprare quella cosa, in quel negozio, dove, ora che ci pensi, hai anche visto delle magliettine che costavano pochissimo “Tipo di quelle che porti tu, amo’”.

Mossa n.2: stordiscilo

Se sei stata brava al punto da fargli credere che tu sappia davvero qual è il suo modello preferito di t-shirt, adesso per te inizia la vera sfida: cercare il reparto intimo.

Da quello che ho capito, se c’è un modo per convincere il proprio ragazzo a fare shopping è comprare mutande. Micromutande, per la precisione. Una volta localizzata l’area franca, quindi, confondigli le idee proponendogli dalle 12 alle 17 paia di slip, sempre più striminziti, e chiedigli di sceglierne 3, uno per ogni performance che gli prometterai per quella notte.

Mossa n.3: non farlo avvicinare alla cassa

Per mantenere vivo l’incantesimo è indispensabile che il tuo ragazzo si mantenga il più possibile lontano dalle casse, altrimenti la bava libidinosa che ha iniziato a colargli dall’angolo della bocca da quando l’hai lasciato solo con pizzi e merletti, si trasformerà in schiuma rabbiosa e per te sarà la fine. Non appena sarai soddisfatta, passa a riprenderti il ragazzo dalla zona reggiseni (ogni tanto hanno qualche iniziativa propria) e offrigli una sigaretta, anche se nessuno dei due fuma.

Se ne andrà fuori perplesso. Ma non saprà mai che in realtà gli hai salvato la vita.