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La felicità a 26 anni e la solitudine dei numeri primi

Lo so: 26 non è un numero primo. Però 26 è divisibile solo per 2 e per 13.
26 porta in sé la doppia essenza del numero primo.

Io sono nata prima. Prima che si concludessero i 9 mesi. Prima di mio fratello. Prima che finissero gli anni ’90. E ho continuato a vivere prima. Ho fatto la primina. Sono stata la prima tra le mie amichette ad avere il ciclo. Sono stata la prima della famiglia a laurearsi.
Io sono nata prima. Ho vissuto prima. E da prima.

E prima che me ne me rendessi conto, tutto è cambiato. Crono ha deciso che era il momento giusto per riprendersi quello che gli spettava. E così, nella narrazione della mia vita, il tempo del discorso si è adattato al tempo del racconto. E io ho cominciato a vivere una scena.

Fotogrammi di una vita

È difficile guardare un film in slow motion. È difficile capire cosa succede. È difficile prevedere quello che succederà. Si presta troppa attenzione a ogni minimo dettaglio. E un colore troppo acceso o un’ombra troppo scura rischiano di rovinare tutta la sequenza.

Ci sono brevi e intensissimi fotogrammi di gioia. Una felicità monoporzione, a volte troppo labile per assaporarne il gusto. E così finisci per perdere il senso del film che stai guardando. O che stai vivendo. A te la scelta.

Io forse sono finita per sbaglio in Twin Peaks. Ma in realtà sogno ancora di correre come Alexander Supertramp. Prima di essere troppo in ritardo.

Happiness is real only when shared.

Una (solitaria) Italiana a Barcellona
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Lettera a Palermo

Ricordo la sveglia della domenica con i Blues Brothers.
Ricordo pomeriggi interi passati nel parco.
Ricordo giornate di sole.
Ricordo la calia alla Magione.
Ricordo dormite in macchina e prese in braccio.
Ricordo l’odore dei campi di Cerda.
Ricordo la tua pasta aproteica.
Ricordo la prima gita a scuola.
Ricordo le scuole medie.
Ricordo le pizzerie.
Ricordo il compito di fisica e il tema di Italiano.
Ricordo i tuoi abbracci.
Ricordo la tua ultima carezza.
Ricordo i pianti.
Ricordo i saluti.
Ricordo la distanza.
Ricordo la mancanza.
Ricordo i ritorni.
Ricordo le perdite.
Ricordo il calore.
Ricordo risate, nottate insieme, musica e chitarre.
Ricordo il distacco.
Ricordo l’amore.
Ricordo il disprezzo.
Ricordo l’impossibile.
Ricordo i ricordi.
Ricordo che eri mia.

Mi chiedo adesso di chi sei.

Mi chiedo adesso: di chi sono?

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Referendum in Crimea: Russia VS Ucrania? La Snai se ne lava le mani

Ultimamente soffro una forma acuta di socialpatia, uno strano incrocio frutto di una misantropia virtuale e un rifiuto mediatico. Sarà che entrare in Facebook a volte mi da lo stesso malessere psicofisico di dieci minuti di Pomeriggio5 con Barbara d’Urso. O sarà che, nonostante sia consapevole dell’imperativo delle strategie di web marketing [scadenti], mal sopporto la mediocrità.

Fatto sta che, come spesso mi succede da quando sono una Italiana a Barcellona, leggendo vari post mi sono resa conto di una triste realtà, un fatto davvero insostenibile, oltre che vergognoso: la Snai non ha quotato l’incontro Russia-Ucraina, disputato in Crimea questo pomeriggio.

Gli Italiani e la domenica: “Ma a quanto era dato Russia-Ucraina?”

Sono fermamente convinta che questa sia stata un’altra mossa di quello stratega di Putin: “Facciamole di domenica ste elezioni! Ci giochiamo un quarto di opinione pubblica internazionale e отвяжись!”

Detto, fatto. Quindi di cosa posso mai colpevolizzare quei poveri Italiani se la Snai ha deciso che la partita tra Russia e Ucraina in Crimea non era degna di essere quotata per la giornata di campionato di domenica 16 marzo 2014?

Ci credo che l’unica preoccupazione di oggi fosse il Catania ultimo in serie A! Va’ sientili a ddi Palermitani…

Referendum in Ucraina: la Crimea sposa la Russia con il suo “Sì!”, ma il Milan perde di nuovo

Eeeeeeh, e che sarà mai? Quando ce n’è fregato niente a noi di politica? Insomma, su, stiamo solo parlando di un referendum come un altro che al massimo potrebbe armare due eserciti, scatenare sentimenti nazionalisti antisovietici e smuovere quel grande senso del dovere a stelle e strisce.

Non so se qualcuno oggi ha pensato realmente a quello a cui potremmo assistere il 21 marzo. Però so che oggi il Milan ha perso di nuovo.

 

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Come fare un colloquio a Barcellona: 5 parole chiave per avere un lavoro

Se ci fosse un grande sorteggio pubblico delle lettere del momento, come una specie di lotteria tragicomica, ci sarebbe un bambino su un palco con un maxischermo che con la sua mano piccola piccola tira fuori da una bustina di raso nero 5 tesserine dello scarabeo: C, R, I, S, I. Una strana e nefasta coincidenza, dato che tutte sono marcate dall’infame punteggio minimo. Forse perché formano la parola più comune e di moda oggi.

Eppure, da quando sono una Italiana a Barcellona, sento che 5 non è poi un punteggio così malvagio. D’accordo, non rappresenterà la perfezione divina del 3, né la  carica mistica del 7, ma il significato simbolico del 5 racchiude in sé il delicato concetto di umanità, sospeso tra il nulla dello 0 e la totalità del 10, il medium dove stat virtus.

E allora saranno 5 le parole chiave del mio personalissimo vademecum per ottenere un colloquio e trovare lavoro a Barcellona.

Le 5 parole chiave per trovare lavoro a Barcellona

1. C come Corre!

Il primo imperativo per trovare lavoro è (s-)muoversi. Purtroppo, i tempi in cui le mele ti cadono sulla testa e ti fanno diventare uno dei più grandi fisici della storia sono estinti, come i meli in città. Se vuoi che la fortuna bussi alla tua porta… assicurati di averne una. Cerca, leggi, scova, come se stessi davvero correndo, ma per puro gusto, non inseguito da una valanga di neve. O l’era glaciale prenderà il sopravvento.

2. R come Re-inventate

Siamo tutti d’accordo sul fatto che sia difficile trovare un lavoro, ma, diciamoci la verità, il problema più grande probabilmente sta nel rifiuto a ricrearci, in tutte le accezioni del termine. Accettare un lavoro in un call center, soprattutto quando sei un Italiano a Barcellona, lontano migliaia di chilometri da casa, può farti sentire più gratificato di quel che pensi (true story…) e darti una nuova famiglia con cui passare le vacanze di Natale quando ti dicono che non avrai giorni liberi a disposizione. Rompi i tuoi schemi mentali e sociali e, anche se hai dieci lauree in astrofisica, prova a vederti con una nuova luce, sia pure il fioco bagliore di un contratto a tempo determinato.

3. I come Imagínate

Se hai vissuto in Spagna, conoscerai di certo Buenafuente e se lo conosci sicuramente avrai sentito parlare di Emilio Duró (se non hai idea di chi sia, recupera subito cliccando qui) e della sua teoria sulla felicità. Sapevi che la fisica quantica è molto più metafisica di ciò che crediamo? Siamo circondati da microparticelle di positività che si aggregano tra di loro. Immagina il tuo colloquio, immagina quattro chiacchiere con il responsabile di Recursos Humanos e immaginati seduto su quella sedia, davanti a quella scrivania. Non è detto che il giorno dopo riceva una telefonata, ma pensa a quanto ti farà rilassare quest’immagine se dovessero davvero fissarti un appuntamento. Con sorrisi e selfconfidence saranno tuoi.

4. S come Socializa

Concentrati sul potere dei Social Network. È inutile che storci il naso e fai l’anticonformista. Non sto parlando di certo dei selfie su Facebook o degli aforismi rubati di Twitter, ma di vere reti di contatti che si espandono a macchia d’olio. LinkedIn, Google + e portali di ricerca di offerte di lavoro, tipo InfoJobs, possono davvero fare la differenza, soprattutto se cerchi di tenerli sempre aggiornati e, indispensabile, tutti collegati tra loro.

5. I come Insiste!

Non ho la formula perfetta per il lavoro sicuro a Barcellona, ma da quando sono qui non Lucignolo e Pinocchio Disneyho avuto troppi problemi a trovare come mantenermi. E se c’è una cosa certa è insistere, sbatterci la faccia, cadere, farsi male, ma sempre e comunque, ostinarsi ad andare avanti e mandare decine, centinaia di CV. Barcellona non è il paese dei Balocchi, ma tu, se vuoi, puoi anche non diventare un ciuco.

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L’informazione 2.0: la viralità di quer pasticciaccio brutto de Operación Palace

“È che sti Spagnoli parlano sempre assai, ma non è che sono messi meglio di noi!” Ciccio è il Sindaco e nella maggior parte dei casi sono d’accordo con lui, soprattutto quando spara a zero su politici e fantocci tricolore. Eppure quella volta dissentii. E non solo per la passione viscerale che non riesco a contenere verso questo paese e la sua gente. No. Nemmeno perché da emigrata italiana a Barcellona sento un profondo senso di gratitudine nei confronti di una terra che mi rigenera ogni volta che ci torno a vivere. Ma perché ho respirato un poco, un briciolo, un millesimo di quella che mi sembra essere la netta differenza tra l’Italia e la Spagna: la civitas. Non sputo sul piatto dove ho mangiato, nuotato, rotolato e vissuto. Solo costato con grande amarezza che abbiamo un masso nel petto che si chiama rassegnazione e ci porta giù, nell’abisso dell’immobilità.

Trentasei anni di silenzi, trentanove di rincorsa: le fatidiche date della Guerra Civil

Che poi a me piace divagare, perdermi nelle associazioni logiche, trovare un senso al mio caos mentale. E così pensavo che 36 furono gli anni di silenzio sotto la censura franchista e 39 gli anni di rincorsa, fino a oggi, fino a quando le mie sinapsi questo pomeriggio, sotto effetto psichedelico del cuscino del mio salotto barcellonese, hanno partorito l’eureka: “Oh, ma… ’36-’39! Uao!” Ma non usciamo fuori tema, che poi la professorina, l’occhialuta delle mie personalità multiple, s’inalbera. Dunque, dicevamo dell’Italia e della Spagna. Non so se sia una condizione genetica, non so se dipenda da quel sassolone nello stivale che è il Suaeminenzalostatodelvaticano, fatto sta che io una manifestazione come il 15-M, con bambini, nonni, uomini e donne, non l’avevo mai vista. E fatto sta che quello che è successo ieri sulla Sexta sarebbe assolutamente impensabile per un qualunque programma, in un qualunque canale della televisione italiana, ché neanche Studio Aperto avrebbe osato tanto…

Operación Palace: quel che si dice il libero pensiero

Premetto che non è mia intenzione fare un panegirico [ho bisogno di 5 minuti di pausa per riprendermi dallo sforzo cognitivo dopo questa…] sulla terra della corrida, ma solo affermare con un senso di secchezza che forse noi, sì, siamo qualche passo indietro. Pubblicità del programma Salvados del 23 febbraio 2014 Quel simpatico mattacchione di Jordi Évole, presentatore e umorista, ha annunciato qualche giorno fa che avrebbe mandato in onda nientepocodimenoché un documentario sul fallito Golpe del 23 febbraio dell’81 (passato alla storia come 23-F) su cui attualmente vige il segreto di stato. Ovviamente, neanche a dirlo, ha fatto 5 milioni di ascolti. Ma non tutti sono stati contenti di vedere il programma fino alla fine.

L’informazione 2.0: la viralità della non-verità

Su questo siamo molto simili, devo ammetterlo. Paraculi da un lato e portinaie dalle orecchie vigili (ma dalle zucche vuote), dall’altro. Dalla loro, gli Spagnoli hanno sicuramente un vantaggio che si chiama “libertà dei media” e consiste nella possibilità di mandare in onda un documentario fake alla Slining Doors che, mettendo insieme ex politici e giornalisti, rimonta, in maniera del tutto verosimile, il retroscena di quello che resta ancora una pagina buia e impenetrabile della storia della penisola iberica. E lo fa in prima serata, sbeffeggiando con qualche risatina sorniona l’intero pubblico spagnolo che se l’è bevuta completamente e si è goduto quel bel momento di dovuto sputtanamento, o chiamiamola “verità”, su l’operazione grottesca che, secondo quanto raccontato dal documentario, avrebbe salvato le sorti della democrazia. Peccato che fosse tutto frutto della mente perversa – e geniale – di Évole.

Se siano state tutte bugie o no, in realtà non si sa. Ma, come dice il mio amatissimo Marco Castoldi, se non ci fossero i funghi riusciresti ad immaginarli?se non ci fossero le alghe riusciresti ad immaginarle? Io, no.

…è praticamente ovvio che esistano altre forme di vita…

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Cosa non regalare a San Valentino: guida intersessuale per maschi sperduti

Cosa succede a San Valentino? No, sul serio. Perché io sono anni che provo a spiegarmelo, senza mai riuscirci. Tutta questa febbre del regalo… Sbaglio o fino al mese scorso più o meno era Natale? Anche qui a Barcellona, eh!

Parliamoci chiaro: a noi femmine piace ricevere regali sempre e comunque, indi per cui San Valentino diventa solo una scusa per incazzarci legittimamente nel remoto e nefasto caso in cui non dovessimo trovare nulla al rientro a casa.
Ma in realtà, potrebbe essere San Valentino anche il 27 agosto. “Amooore! Guarda che ti ha comprato il tuo fidanzatino? Perché per me è sempre una festa!” “OOOOOh, tesoro! [Lurido paraculo chissà cos’ha combinato per essere così maledettamente romantico il giorno di SAN CESARIO!]”

Per i maschietti, San Valentino è il giorno della remissione dei peccati, una specie di mercoledì delle ceneri in cui fidanzati-mariti-compagni si impegnano a pagare una lauta indulgenza in cambio della salvezza. Con l’unica differenza che la Santa Inquisizione era davvero santa in confronto a certi esseri vulvo-dotati.

Ciononostante, ammetto di essere caduta anche io nel vortice del porca-vacca-che-cazzo-gli-regalo-che-ormai-per-essere-originale-dovrei-comprargli-il-regalo-dal-macellaio. Ecco perché credo che per mantenere viva la specie, evitando stragi di sangue [comunque in tinta con la festività], è necessario sapere cosa NON regalare a una ragazza per San Valentino.

Cosa non regalare a una ragazza per San Valentino

Credo che ci siano 3 cose almeno che non bisogna mai regalare a una ragazza per San Valentino. Né tutto il resto dell’anno, con le dovute eccezioni.

1. Mai regalare cioccolatini

Ti sorride e ti abbraccia, ma, caro mio, è una trappola! Ti sta già ricoprendo di bava acida alle spalle, mentre ti stringe in una morsa letale che confonderai per eccessivo affetto pensando “Eh! Questa volta c’ho azzeccato!”.  Sciocco!
Mai, e dico MAI, regalare cioccolatini a una ragazza, a meno che tu non abbia la fortuna che lei sia in piena fase premestruale. In quel caso, diciamolo, hai avuto culo.

I cioccolatini sono piccole bombe a orologeria. Ne scarterete uno, poi un altro, poi un altro ancora. Fino a quando lei ti dirà “Dai, basta amore…” con un sorrisino che scambierai per lascivia, ma che è una minaccia di morte. Non appena ti allontanerai dal bottino, la belva vulvo-dotata si lancerà sul pacchetto e farà fuori tutti i resti di cioccolata. Risultato? Dopo circa una settimana si incazzerà come un’ape con te per quei brufoli o per quel chiletto sul di dietro. E tu sarai costretto a sopportare i suoi “Ma ti piaccio anche così?” “E dimmi che sono bella!”.

Inutile dirti che ogni a tentativo di parola dolce o carina per rassicurarla, riceverai in risposta un “Bugiardo!”

2. No agli abbonamenti in palestra

No, dico, ma allora sei scemo. Ti ho appena detto di non regalare cioccolatini e tu, non solo glieli hai già comprati, ma per riequilibrare la situazione hai pensato di abbinare un abbonamento in palestra. Geniale, complimenti!

“Ah, ok. Mi stai dicendo che sono cicciona. Sono cicciona, no? Ho capito! Sono una cicciona. Grazie per l’ultima scatola di cioccolatini della vergogna! Adesso mi chiuderò in stanza, da brava cicciona, e me li mangerò tutti, perché sono una cicciona.”

Non metterti quella faccia da cane bastonato. Avresti dovuto immaginarlo.

3. Vietati gli elettrodomestici

“La mia ragazza adora fare la pizza. Le comprerò un’impastatrice!” “Mia moglie si stanca un sacco quando fa le pulizie. Quest’anno per San Valentino, aspirapolvere 9000 watt con cromoterapia e radio incorporata.” “Io credo che le prenderò una lavastoviglie.”

Momento, momento, momento. Stai progettando una nuova e spietata rivoluzione femminista, non è così? Avanti su, che anche quella stronza della Mussolini ti manderebbe a cagare. Se proprio vuoi contribuire alle faccende di casa, chiama un domestico, sulla trentina, alto, moro, fisico asciutto. Dalle 19 alle 21. Ah, e non dimenticare il fiocchetto.

A te la scelta su dove metterlo.

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Nessuno hai mai detto che sarebbe stato facile

Un giorno, così per caso, decidi di andar via.
Metti in una valigia un po’ di vestiti, qualche ricordo e tantissime aspettative. Lo stai facendo. Stai varcando la soglia. Stai facendo un salto verso il grigio, perché il nero sarebbe già una certezza, una sicurezza che in questo momento non hai e, forse, a poco a poco dovrai accettare di non avere mai.
Ti scorre tutto davanti, in slow motion, fotogrammi della tua infanzia, di quell’estate così strana, eppure così bella, di quegli abbracci intensi e caldi di cui avrai così tante volte bisogno che ancora non ti immagini e che saranno lontani, seppur solo fisicamente.
Passo dopo passo, camminerai, correrai e, sì, inciamperai. E ti capiterà di sbucciarti le ginocchia e di dover metterti da sola il cerotto che non avrà più quei disegnini strani che, tra le lacrime di dolore e rabbia per essere così goffa, ti avrebbero comunque strappato un sorriso.
Avrai una persona accanto che sarà pronta a tenderti una mano, una mano che adesso dovrai conquistarti e a cui dovrai abbandonarti ciecamente poco a poco, perché fuori dal mondo di zucchero filato rosa e dei chiassosi pranzi di famiglia, niente sarà più quel che era.
Né migliore, né peggiore. Semplicemente diverso. Questo ormai lo hai accettato.
Se esistesse una legge darwiniana sull’evoluzione emotiva, non sapresti bene a che stadio sei. Forse protozoo, forse ominide. In ogni caso, nel plasma primordiale, in cui ogni tanto annasperai, riuscirai istintivamente a farti una bella nuotata, ma solo a rana, perché  non hai mai imparato nessun altro stile.
Lo chiamano imprinting e, per quanto a volte possa ritrovarti al punto di non crederci quasi più, irromperà in modo violentemente dolce, in quell’ossimoro che sarà diventata, o che magari è sempre stata, la tua vita.

Sono un’Italiana a Barcellona. Questo è quello che mi ricordo ogni mattina, cercando un ancora un cartone animato alla TV. Quello che mi dico mentre vado incontro al vento che non so più da dove viene.